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L’ingiustizia in un luogo qualunque è una minaccia per la giustizia ovunque.

Martin Luther King
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ANM: Solidarietŕ a Stefania Di Tullio - Procura di Monza
Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 11:21:42, in Magistratura, linkato 4899 volte)
Associazione Nazionale Magistrati




Esprimiamo solidarietà alla collega Stefania DI TULLIO, pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Monza, per le gravi denigrazioni delle quali è stata oggetto da parte di esponenti politici e di organi di stampa con riferimento all'iscrizione nel registro degli indagati del gioielliere di Cinisello Balsamo.

Stupisce e colpisce che un giudizio particolarmente negativo venga espresso anche dal collega Maurizio Laudi che, pur dicendo di non conoscere il caso, in una intervista al Giornale ha testualmente dichiarato che "indagare le vittime è una tipica follia delle toghe italiane" e che indagare aggressore ed aggredito è "una distorsione della nostra cultura giuridica. Il PM non ha il coraggio di compiere subito una scelta chiara ed allora per paura di sbagliare, per un eccesso di cautela, mette le mani avanti e apre un'indagine anche su chi ha subito i danni".

Roma, 30 aprile 2009

La giunta esecutiva centrale

*****

L'Articolo

Secondo i pm quel gioielliere si è difeso troppo

di Massimo De Manzoni


Allora ditelo. Spiegate a tutti che in Italia la legittima difesa non esiste, abolita d’ufficio dai magistrati. Così almeno sappiamo, ci mettiamo il cuore in pace e non ci pensiamo più. Sì, perché se anche Remigio Radolli finisce indagato, significa che in questo Paese difendersi dai banditi, se non è ancora vietato, è quanto meno fortemente sconsigliato. Per capirci, Remigio Radolli è quel gioielliere di Cinisello Balsamo, nel Milanese, che il 16 aprile scorso reagì a una selvaggia aggressione a scopo di rapina sparando tre colpi di pistola che ferirono (non uccisero: ferirono) uno dei malviventi.

Forse lo ricorderete: le foto del volto devastato e sanguinante di quest’omone di 59 anni finirono sulle primepagine di tutti i giornali. O meglio, di tutti meno tre: il manifesto e Liberazione decisero di non dare neppure la notizia; l’Unità scelse di non pubblicare l’immagine: troppo pericolosa, parlava più di mille articoli enonera funzionale all’automatica e implicita condanna dei negozianti- pistoleri. E poi, i rapinatori fossero almeno stati dei ragazzotti italiani figli di buona famiglia. Macché, erano albanesi. E per di più clandestini. Quindi, un pezzo a pagina 14 (con rituale attacco al centrodestra «che specula sulle paure della gente») e poi via, verso nuove e più esaltanti avventure. Non è noto se il pubblico ministero che ha iscritto Remigio Radolli nel registro degli indagati per eccesso di legittima difesa, la dottoressa Stefania Di Tullio, sia un lettore di uno di questi tre giornali. Magari no, magari li aborrisce. Ma è certo che nella magistratura italiana, cosìcomenellasinistra,ilconcetto che una persona ha diritto di difendere se stessa, i propri cari e i propri beni fa una maledetta fatica a trovare cittadinanza.

Nel caso in questione, il gioielliere non ha inseguito i rapinatori fuori dal negozio per sparare loro alla schiena. Non ha neppure ingaggiato con loro una sfida, risultando il più veloce (cosa che peraltro, davanti a un’arma spianata, riteniamo perfettamente lecita). No, prima di fare fuoco, si è fatto massacrare. Il giovane albanese, Blerim Mani, 25 anni, l’ha ripetutamente colpito alla testa, al voltoeal torace con la pistola che brandiva.

«Una violenza inaudita», come hanno scritto i carabinieri nel loro rapporto, che ha lasciato tracce vistose: 18 punti di sutura, un occhio tumefatto, uno zigomo fratturato, un paio di costole incrinate. Solo dopo (dopo) aver subito tutto questo, il commerciante è riuscito a mettere le mani sulla sua calibro 22, regolarmente denunciata, e a salvarsi la pelle. Se non è legittima difesa questa! E invece no: ha ecceduto, va indagato. Perché?

Dice: ma il povero albanese aveva una scacciacani e Radolli colleziona armi, è un esperto,doveva rendersi conto chelapistoladelbandito era finta. Certo, semplicissimo. Vi stanno rovinando di botte e voi vi concentrate sulla canna della sputafuoco: «Ma guarda te, questa non è una vera Smith &Wesson. No, no: la zigrinatura è diversa. Beh, allora...». Allora, tranquilli. E che importa se quell’«arma giocattolo», come la definisce bonariamente l’Unità, viene adoperata come un martello per spaccarvi in due la testa.

E qual è il problema se tra un attimo chi la impugna aprirà la porta del negozio al complice che è rimasto fuori e che è ansioso di menare un po’ le mani anche lui. Surreale? Magari. E comunque, nel dubbio si indaga. Caro lei, sembra legittima difesa, ma potrebbe esservi eccesso: vai con l ’ a v v i s o , vai col marchio. «Un atto dovuto »,si affrettano a spiegare. Come no. «È per tutelare il gioielliere», aggiungono. E c’è bisogno di dirlo? Del resto anche voi non vi sentireste meglio garantiti una volta che il vostro nome figurasse nel mitico registro degli indagati? Beh,sì, c’è la seccatura della vostra reputazione, però in cambio siete salvaguardati.

Ah già e poi quella cosuccia che dovreste prendervi un avvocato. E pagarlo, visto che siete persone perbene. Fa niente, no? E vi disturba se nel frattempo vi impediamo di lavorare? No, perché naturalmente la gioielleria resta sotto sequestro: siete un indagato, perbacco, mica un cittadino qualsiasi. Incredibile? Purtroppo no: le cose stanno esattamente così. E questo nonostante la legge in vigore, opportunamente modificata dal Parlamento nel febbraio 2006, durante il precedente governo Berlusconi, stabilisca che non è punibile chi usa «un’arma legittimamente detenuta al fine di difendere la propria o l’altrui incolumità e i beni proprioaltrui,quandovi è pericolo di aggressione».

A Cinisello Balsamo non c’è stato «pericolo di aggressione». C’è stata un’aggressione talmente brutale che il responsabile è accusato di tentato omicidio. E Radolli è molto semplicemente quello che stava per essere ammazzato, la parte lesa come suggeriscono i giuristi, e solo a questo titolo dovrebbe entrare nel processo. Invece è indagato. E nei tribunali ti raccontano la favola bella che non si poteva fare altrimenti, che la legge non consente altro mezzo per compiere determinati accertamenti, che loro non ne hanno colpa e che casomai si dovrebbe cambiare il Codice. Finché non trovi un magistrato che esce dal coro e, come fa Maurizio Laudi intervistato in queste pagine, spiega chenonè affatto vero. Che non c’è proprio nulla da cambiare se nonla testa di qualche collega. Grazie, procuratore. Che il re fosse nudo, la gente che usa un po’ di buon senso l’aveva sospettato, per così dire. Ora sa che non era una allucinazione.

www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=347534
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