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Il Pubblico Ministero e le indagini sul Potere - sintesi del Dibattito
Di Loredana Morandi (del 16/03/2009 @ 01:03:45, in Magistratura, linkato 1196 volte)


Il pubblico ministero e le indagini sul potere


Sintesi del dibattito dell'11 marzo 2009



La professionalità e l'indipendenza del pubblico ministero rappresentano la condizione principale per non offrire pretesti al "potere" (politico, economico; talvolta criminale), da sempre, si potrebbe dire fisiologicamente, in cerca se non dell'impunità, almeno dell'immunità.

La sfida principale della professionalità consiste nel rispetto delle regole processuali, e nel rifiuto della tentazione di perseguire l'accertamento della "verità" e delle violazioni a qualsiasi costo, anche violando o forzando le regole. La prova più significativa dell'indipendenza è quella di esserlo non soltanto dal potere, ma anche dal consenso dell'opinione pubblica. Su questo terreno - se è lecita una sintesi estrema di quattro ore di dibattito, che possono peraltro essere ascoltate integralmente attraverso il sito www.associazionemag
istrati.it - si sono ritrovati tutti i partecipanti al dibattito sul "Pubblico ministero e le indagini sul potere", promosso dall'Anm a Roma (mercoledì 11 marzo, alla Residenza di Ripetta). Sulle soluzioni e sull'adozione dei protocolli investigativi, ed eventualmente dell'attribuzioni di funzioni di indirizzo alla procura nazionale antimafia, il contrasto è invece molto forte.


Le inchieste che non hanno saputo rispettare i requisiti di professionalità - attraverso l'uso improprio o l'abuso di strumenti processuali come le intercettazioni, o i cui titolari hanno cercato di ottenere pubblico consenso attraverso la denuncia rumorosa di non identificati "poteri forti"; o che hanno generato contrasti tra uffici giudiziari, gestiti con modalità abnormi - rappresentano fenomeni gravi e che in alcuni casi hanno suscitato la reazione degli organi disciplinari, ma non giustificano in alcun modo proposte di riforma che limiterebbero in modo irragionevole e non coerente strumenti di indagine come le intercettazioni telefoniche, o che intendono ridimensionare la disponibilità della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero, prospettando perfino (così la relazione del governo al disegno di legge di riforma del processo penale) l'avvio di una "concorrenza" ritenuta salutare tra polizia giudiziaria e pubblico ministero, premessa per un inaudito "controllo reciproco" tra i due organi.

Su queste analisi si sono soffermati soprattutto Luigi Ferrajoli (dell'Università di Roma Tre), Glauco Giostra (dell'Università di Macerata) e Paola Severino (vice rettore della Luiss Guido Carli). Quest'ultima ha tuttavia insistito sull'utilità di recuperare una "normalità" nell'uso degli strumenti di indagine, soprattutto nel senso di adottare di volta in volta quelli più opportuni. Le intercettazioni, anche a prescindere dall'invasività che coinvolge non di rado soggetti estranei alle indagini, in fase di giudizio si rivelano spesso inefficaci sul piano probatorio, laddove indagini di tipo tecnico (analisi contabili, flussi di denaro), sono molto più efficaci per accertare reati economici e di corruzione. L'evoluzione di quest'ultimo fenomeno - dai tempi di Tangentopoli, quando il terminale e la direzione dei flussi era rappresentato dalle segreterie politiche; alla situazione attuale, molto più frammentata ma altrettanto pervasiva, e presente a tutti i livelli di responsabilità delle pubbliche amministrazioni - è stata descritta da Alberto Vannucci, ricercatore all'Università di Pisa e autore di saggi (anche tradotti all'estero) sulla corruzione pubblica; e anche dall'avvocato Maurizio de Tilla, presidente dell'Organismo unitario dell'avvocatura, che ha difeso la necessità delle indagini sul potere, e criticato le ipotesi di separazione delle carriere (pur condivise dalla maggioranza dell'avvocatura) scorgendo il rischio di assoggettamento della magistratura. E perciò ha invitato magistrati e avvocati ad avviare iniziative credibili di autoriforma.

Sui rimedi e le soluzioni per prevenire abusi e patologie nelle indagini, ferme restando l'autonomia e l'indipendenza della pubblica accusa, il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, e il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, sono partiti da una analoga riflessione sulla necessità dei protocolli investigativi per assicurare uniformità dell'esercizio dell'azione penale, ma sono pervenuti a conclusioni opposte, sulle quali certamente molto si discuterà: Spataro ritiene che ogni riequilibrio debba avvenire nell'ambito dell'ufficio di appartenenza, da affidare a magistrati dotati di capacità e competenze elevate, anche sul piano organizzativo, ed eventualmente con l'utilizzo dei rimedi disciplinari e degli altri strumenti previsti dall'ordinamento; Piero Grasso ha invece prospettato un incisivo ruolo di coordinamento e di indirizzo della direzione nazionale antimafia, non solo per prevenire lacerazioni e conflitti tra procure, ma anche per evitare sovrapposizioni e interferenze nelle indagini su fenomeni che si estendono a vaste aree del territorio, o anche internazionali (come il traffico di stupefacenti).

Grasso ha fatto implicito riferimento a casi evidentemente a lui ben noti, dall'osservatorio della procura nazionale, come il coinvolgimento di più procure, di più sostituti della stessa procura (all'insaputa gli uni degli altri) e fino a cinque differenti polizie giudiziarie, in indagini sulle stesse persone. E ha motivato la sua proposta proprio con l'obiettivo di respingere i pretesti di riforme, il cui vero obiettivo non è la funzionalità della giustizia ma il ridimensionamento dei magistrati e della giurisdizione.

La replica di Armando Spataro è stata netta: «Non abbiamo bisogno di una autorità centrale, tocca alla magistratura riaffermare, valorizzare e difendere il suo ordinamento». E questo anche a prescindere, ha proseguito Spataro, dal rischio che il giorno in cui la procura nazionale non fosse più affidata a un uomo come Piero Grasso sarebbe semplicissimo assoggettare la procura nazionale al potere esecutivo e, attraverso i poteri di coordinamento, assoggettare e controllare l'attività di tutti i pubblici ministeri del Paese. In questo senso, l'atomizzazione della pubblica accusa, che pure favorisce alcune delle anomalìe lamentate, costituisce la maggiore garanzia per l'indipendenza del pubblico ministero da ogni potere.

Il presidente dell'Anm, Luca Palamara, e il segretario generale, Giuseppe Cascini, che hanno rispettivamente introdotto e concluso il dibattito, hanno tra l'altro respinto l'insinuazione che la reazione severa dell'Associazione (e del Csm) al conflitto tra le procure di Salerno e Catanzaro, sia dovuta a una sorta di patto tacito o, peggio, esplicito, con la classe politica: fermare le indagini sul potere, per evitare riforme sgradite ai magistrati. Un patto non soltanto illecito e scellerato, ma anche stolto e inefficace, visto che le proposte di riforme (non già sgradite ai magistrati, ma devastanti per la giustizia e quindi per i cittadini) sono tutt'altro che congelate, e anzi si moltiplicano e sono sempre più esplicite.

(Resoconto a cura dell'ufficio stampa dell'Associazione nazionale magistrati)

Il file audio video del dibattito è disponibile sul sito della ANM a questo link:

http://www.associazionemagistrati.it/multimediale.php?id=1849
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