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Inaugurazione Anno Giudiziario: Intervento G.M. Berruti membro CSM
Di Loredana Morandi (del 03/02/2009 @ 08:51:21, in Magistratura, linkato 1553 volte)
Corte di Appello di Roma
Inaugurazione anno giudiziario
31 gennaio 2009

intervento del Consigliere G.M. Berruti
Componente del Consiglio Superiore della Magistratura


Signor Presidente della Corte, Signor Procuratore Generale, Signor Ministro, Signori Magistrati, Signori Avvocati, Autorità…, Signore e Signori,

a. L’intervento in questa cerimonia da parte del componente del CSM deve avere il contenuto di una testimonianza sul lavoro fatto dal Consiglio. Per parte mia ritengo che questa testimonianza non possa prescindere da una valutazione consapevole del momento istituzionale  e dei fondamentali passaggi che hanno visto al centro, nell’ultimo anno anche  l’organo di governo  della magistratura.

La cosiddetta guerra tra le procure dunque, all’interno della sempre incombente  questione della rapporto tra politica e giustizia, anzitutto.

Esistono molti possibili approcci alla questione. Almeno quanti sono gli interessi in gioco.

La inefficacia di quella grande risorsa della democrazia rappresentativa che é  la responsabilità politica, ha fatto esplodere la domanda  di responsabilità penale intesa come responsabilità tout court, percepibile ed energica.

La perdita di percezione del processo come strumento per individuare solo la collocazione giuridica di posizioni individuali, la confusione dei linguaggi, l’orrore del giudizio morale dentro le indagini ed infine, ma solo per chiudere, l’insofferenza verso le diverse competenze costituzionali, la cui funzione  è appunto  di tenere distinte le diverse responsabilità, sono, a me pare, effetti evidenti, prossimi o addirittura già verificati, di questa esplosione.

Alla fine insomma la molteplicità degli approcci alla quale non  si accompagna la valorizzazione delle necessarie diversità  costituzionali, porta alla follia del sistema: le competenze diverse producono lo scontro dei corrispondenti poteri.

Il Capo dello Stato, quando ha chiesto notizie circa la cosiddetta guerra tra le procure, ha  dato una precisa chiave di lettura dell’esistente. E con essa una  scala di priorità sulla quale operare.

Anzitutto ha rammentato che i poteri di controllo previsti dalla Costituzione servono soprattutto nei casi limite e nelle situazioni difficili e paradossali. Se funzionano solo per la normalità sono burocrazia. Il Capo dello Stato ci ha detto che eravamo al  caso nel quale venivano  in  gioco i principi. Il primo dei quali per quanto riguarda la  giustizia, è che i processi  non  possono essere fermati. Il Paese non avrebbe capito la ragione per la quale le indagini catanzaresi  non si fossero tradotte in uno sbocco processuale, regolare. pubblico, controllabile.

Da questa indicazione  io credo si possa trarre qualche risposta alla domanda, che tutti ci poniamo: che fare.

Il CSM deve fare la sua parte. Perciò pur nella dialettica delle posizioni  dentro di esso è stata forte la spinta a rispondere alla emergenza in modo formale e rapido, esercitando le proprie autonome competenze amministrative.

La funzione disciplinare non poteva essere altrettanto rapida. Essa è funzione giudiziaria. Richiede il rispetto dei tempi e delle garanzie del processo. Dipende inoltre dalla iniziativa, che non spetta al Consiglio, la quale anch’essa  ha bisogno  dei sui tempi. 

Ma il Consiglio intende opporsi all’impazzimento del sistema. Perciò deve individuare i suoi spazi di valutazione, deve controllare, deve decidere.

Ma la vicenda dice anche quanto è urgente che la autonomia si faccia parte attiva  di una forte autoriforma della magistratura. Le riforme legislative spettano al Parlamento. Ma i magistrati debbono capire che essi, autonomamente, possono cambiare molto del loro modo di essere.

Non ho dubbi su questa necessità. La vicenda singolare affrontata  dalla quinta commissione incarichi direttivi, che quest’anno ho l’onore di presiedere, lo dimostra.

La temporaneità degli incarichi direttivi, e la  nuova tecnica delle valutazioni di professionalità, non potevano risultare indolori.

I magistrati, come tutti i partecipi ad un corpo al quale la costituzione dedica specifiche prerogative, corrono il rischio di intenderle come strumenti di difesa individuale rispondenti ad una logica autonoma. Favorendone la deriva verso il puro e semplice privilegio.

Invece la funzione direttiva di un ufficio giudiziario è, per l’appunto, funzione pubblica, e non corrisponde più,nella lettera e nella sostanza della legge, alla classica promozione. Essa è temporanea, io dico finalmente, perché i magistrati sono tutti eguali nell’esercizio del loro potere,per ciò detto  diffuso, di raccordarsi con  la legge senza mediazione alcuna.

L’indipendenza nel disegno costituzionale che non ignora la fragilità e la limitatezza dei singoli, è progetto, tendenza,che vanno adeguate al tempo, La dirigenza che si ponga come status, eterno, intoccabile ed incontrollabile, porta ad  evidenti centri di potere sul territorio,con seri rischi per la indipendenza interna dei magistrati, in particolare  più giovani, e compromissione dell’immagine terza della magistratura.

Non è stato facile, anzi non è facile dal momento che il percorso è  tutt’ora in atto. applicare sia pure in modo costituzionalmente orientato la riforma. Il. CSM ha colto l’occasione anche per rinnovare, la dirigenza  in direzione di un  ringiovanimento.

Operazione difficile per qualunque organo che vive di ricambio elettorale e dunque di consenso, ovvero di voti. Difficoltà che mi pare sia oggi al centro del tormentato rapporto tra la grande politica e le istituzioni di governo che essa stessa provvede a comporre.

Ma alla istituzione non compete di cercare o di mantenere il consenso. Piuttosto compete di rendere  decisioni comprensibili. Spetta alla politica di valutarne, anche  in termini di consenso, le ricadute. Non  alla istituzione.

Io dico che questo CSM ha fatto la sua parte e continuerà a farla in direzione di quella che ho definito una autoriforma dell’Ordine giudiziario. Autoriforma che riesca a mettere da parte tutto ciò che di superato, di autoreferenziale, di inutilmente astratto e concettualistico  vi è nella magistratura, e si faccia carico anch’essa  dell’ammodernamento del sistema.

b. Altra delicata scadenza  che ha interessato il Consiglio è  l’applicazione del nuovo ordinamento disciplinare. I cui frutti più appariscenti, non  mi fa piacere dirlo, sono stati fino ad ora un numero alto di procedimenti ed un numero elevato di condanne gravi, inclusa la rimozione.

L’effetto più rilevante, che richiederà tempo, riflessione ed attenzione, da parte di chiunque ha a cuore il permanere di una giurisdizione non politica ma egualmente democratica, è l’inizio della messa a punto di un nuovo modello deontologico del giudice.

Il problema deontologico più forte non sono certo i ritardi, Signor Presidente, troppo spesso imposti da una quantità di fatica intollerabile ,ma è quello della cultura  del giudice.

Le volute abnormità processuali, i gravi errori nella condotta del processo, la erronea  valutazione della funzione giudiziaria e  le invasioni di campo istituzionali,sono assai meno numerose di quanto si afferma. Ma esse comunque rivelano la necessità di ribadire e di ragionare sulla attualità costituzionale della dipendenza del giudice dalla legge.

Il nostro non è un sistema giudiziario basato sul giudice.  E’ un sistema, si può dire,” a legge “.

Perciò il giudice deve rammentare a se stesso, alle parti ed alle altre istituzioni, che il suo provvedimento non un atto della sua volontà: è un atto di cognizione. Egli dice cosa è la legge, applicandola, con l’arricchimento adeguatore  della interpretazione, alla realtà che muta. Ma resta anzitutto atto di cognizione, perchè, ratio, valori ispiratori,  logica di sistema, che il giudice deve ricostruire con la sua lettura della norma scritta, sono  voluti da altri.

E’ il processo che condanna o assolve. E’ la prova che decide. Il giudice deve cercarla,accertarla o escluderla,applicando regole fatte da altri.

Dunque il CSM deve poter accertare la adeguatezza della professionalità del giudice, unico strumento capace di fargli distinguere la legittima, per quanto opinabile soluzione del caso concreto, dall’invasione del campo che spetta ad altri poteri, o peggio, dall’arbitrario esercizio della forza  dello Stato.

E’ la professionalità indiscutibile che può diventare indiscussa e sostenere la nostra convinzione della attualità e della modernità del potere diffuso.

Concludo Signor Presidente, con la testimonianza più amara. Le inefficienze creano inefficienze. La risposta a domande di giustizia tipiche di una società veloce, che vede rapidamente comparire sempre nuove forme di aggressione ai diritti, per  essere moderna deve essere adeguata anzitutto nei suoi tempi. Illudersi che ad una domanda crescente in termini quantitativi si possa rispondere con un giurisdizione in continua crescita quantitativa è assurdo. Peggio, è frustrante. Perchè cagiona l’effetto evidente di rendere inutile la abnegazione di tantissimi magistrati.

Al giudice si può chiedere molto. Qualche volta  addirittura la abnegazione. A patto che essa non appaia disperatamente velleitaria. Il CSM non si stancherà di dire che il primo problema è quello della adeguatezza dei processi e dei mezzi messi a disposizione del funzionamento dei processi. La loro inadeguatezza oggi uccide diritti più delle sentenze sbagliate.

Concludo Signor Presidente augurando a Lei , alla curia ed al Foro del distretto di Roma, il mio “buon lavoro”.
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